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Comunicati stampa

Jorio Vivarelli

Alle ore 17.30 di questo pomeriggio nel parco monumentale di Fognano Il sacrificio: una morte per una vita si terrà la cerimonia funebre per Jorio Vivarelli.
Il feretro giungerà da Pistoia dove è prevista, alle ore 16.00 nella chiesa della Vergine, la funzione religiosa.
Ordine degli interventi alla cerimonia che si terrà a Fognano:
Piero Razzoli, Sindaco di Montale,
Eugenio Giani, Assessore del Comune di Firenze,
Franco Paolo Pessuti, Assessore Comune di Montale
Veronica Ferretti, Fondazione Jorio Vivarelli
Mirella Branca, Sprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico e per il Polo
Museale della città di Firenze
Si terrà nel suo paese natio, al quale il maestro è rimasto tanto fortemente legato, l'ultimo saluto a Jorio Vivarelli; in quel parco ideato da lui e nel quale si trova la sua opera Il sacrificio: una morte per una vita che egli aveva pensato come rappresentazione della speranza di rinascita, dopo le opere che denunciavano le sofferenze e lo strazio della violenza e della crudeltà del secondo conflitto mondiale. Vivarelli verrà sepolto, come espresso dalle sue volontà, nel piccolo cimitero di Fognano, dove sarà collocata anche una sua scultura.
Le parole del Sindaco di Montale Piero Razzoli Cari concittadini, Caro Mario. Signor Prefetto, Signor Presidente della Provincia, Signor Sindaco di Pistoia, autorità delle istituzioni della cultura e dell'arte intervenute, signore e signori.
Questa sera, siamo tutti raccolti per dare l'ultimo saluto a Jorio Vivarelli, scultore, il grande maestro figlio di questa nostra terra che qui è voluto tornare, nel piccolo cimitero di Fognano a pochi passi dalla sua casa natale per l'ultimo viaggio.
Io non ho le parole per descrivere l'arte di Jorio Vivarelli, altri lo hanno fatto e lo faranno molto meglio di quanto potrei fare io, ma posso raccontare l'amore che questo grande artista ha sempre avuto per la sua terra e come la gente di Fognano e di Montale ricambiava questo amore, semplicemente, senza tante parole ma con il fare. Come ieri, quando si è diffusa la notizia della morte del maestro e i componenti della Pro Loco si sono ritrovati qui, al parco con la grande scultura Il sacrificio, per sistemare e preparare bene, come si fa nelle nostre case quando si aspetta un ospite, l'ultimo saluto a Jorio.
Ecco, io credo che questo sia il segno più profondo della sintonia che Jorio aveva con la sua terra e la sua gente. Questa terra che lui non ha mai lasciato, tanto forte era il legame culturale con le sue origini che costituiscono, insieme all'esperienza della guerra, i tratti più marcati da cui traeva origine la sua arte.
In questi ultimi mesi uno dei progetti a cui teneva di più, perché Jorio ha continuato fino all'ultimo a sviluppare progetti per la sua arte, era quello legato alla Smilea, dove saranno collocate 22 delle sue opere scelte appositamente da lui. Credo che lui vedesse in questo ritorno alla sua terra e alle sue origini la naturale chiusura di quel percorso che ha portato la sua arte a diffondersi e affermarsi, dall'America al Giappone, in ogni parte del mondo.
Jorio ha sempre voluto lasciare un segno della sua opera a Fognano e mi ricordo quando agli inizi degli anni ottanta andammo a trovarlo, una delegazione della circoscrizione, per proporre la realizzazione di un monumento da collocare nella piazza. Si pensava alla scultura che lui aveva realizzato per il trofeo della scarpinata del partigiano, "violenza totale", che rappresentava un gruppo di persone che si stringevano l'uno contro l'altro come in cerca di protezione o per farsi coraggio nell'attimo prima che il plotone di esecuzione ne spezzasse le vite.
Ma Jorio ci disse che il tempo della denuncia della violenza era ormai passato che era tempo che il sacrificio di tante persone desse il suo frutto, che quello era il tempo della speranza, che il senso di ogni morte è in quel seme che deve essere coltivato per dare nuovi frutti.
Ci disse che bisognava parlare e pensare ai giovani, ai bambini e parlando disegnava su dei foglietti di carta le proprie idee, quelli erano i primi schizzi, l'origine del progetto per questo parco, che lui aveva già chiaro di come dovesse essere realizzato in questa splendida oliveta.
Jorio concepiva l'arte come elemento della vita e le sue opere sono state realizzate per essere vissute, per essere inserite nei centri urbani, nelle piazze e nei parchi dove la gente si incontra e si svolge la vita. Noi sappiamo perché ha voluto fermarsi qui nel suo ultimo viaggio: per incontrarci e salutarci ancora, per passare da casa l'ultima volta e noi ci siamo raccolti così numerosi per salutarlo e ringraziarlo per tutto quello che ha fatto e che ci lascia, per stringergli, idealmente, ancora le mani, quelle mani che sapevano trarre dalla materia l'arte e conoscevano e apprezzavano la fatica del lavoro.
Questo parco è divenuto, come Jorio voleva, un luogo di incontro dove i nostri bambini vengono a giocare e quando le loro mani si poseranno sulla sua opera sarà come una carezza, un contatto fra la vita e l'arte e Jorio, da ovunque ci guardi, sarà contento.


JORIO VIVARELLI
a cura di Mirella Branca Storica dell'arte della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze)
Con la morte di Jorio Vivarelli scompare un importante artista novecentesco, nato nel
pistoiese, in un'area geografica che ha costituito e costituisce tuttora un crogiolo importante di fermenti artistici ben caratterizzati da un forte radicamento nelle proprie origini e contemporaneamente dall'apertura alle innovazioni recate dai mutamenti artistici verificatisi nel corso del Novecento a livello internazionale, pertanto partendo da una città toscana ma senza alcuna connotazione provinciale.
La morte di un artista porta d'un tratto a vedere la sua parabola non guardando più alle varie tappe una per una, ma intendendo la totalità del suo vissuto creativo e perciò percependone con maggiore chiarezza gli elementi-cardine:
- L'impegno morale che ha caratterizzato Vivarelli, nato nel '22 e che perciò ha conosciuto ventenne il dramma degli anni di guerra. È una vicenda che ha toccato tutta una generazione di artisti, segnati da tragedie e da diaspore.
- Il senso dell'arte privo di pretestuose distinzioni tra arte e artigianato, in una fase storica in cui il dibattito intorno a queste problematiche, tra Scuola d'arte e Accademia di Belle Arti, era fondamentale e ruotava intorno al senso del "mestiere"
nel significato più alto del termine. Anche sotto questo aspetto è stato esponente di
una generazione che si è cimentata con il fare concreto, con la materia, in una dialettica proficua tra quanto appreso nella bottega, in questo caso quella paterna di
marmista, e quanto maturato nella scuola. L'Istituto d'arte di Porta Romana aveva
intorno al 1940, per quanto nelle difficoltà proprie di quegli anni, un carattere cosmopolita. La scuola era frequentata da molti stranieri, con contatti stretti con gli Stati Uniti. Bruno Innocenti proseguiva l'alto magistero della scuola di Andreotti (
sembra ricordarsene Vivarelli nello scolpire Inno alla vita per il Parco della Pace di
Nagasaki, del 1987, quasi un andare a ritroso, ma arricchito dalle esperienze successive). Gli allievi erano Nello Bini, Raffaello Salimbeni, Nino Trafeli, Venturino Venturi.
- La generosità, anche sotto l'aspetto didattico, sperimentato nell'insegnamento appassionato all'Istituto d'arte "Petrocchi" di Pistoia, ma anche nei corsi ai ragazzi dell'UIA diretta in quel momento da Ragghianti, tenuti nel suo studio-laboratorio, con visite alla Fonderia Michelucci, dietro l'impulso a comunicare gli esiti del proprio percorso per farne punto di partenza di altri percorsi.
Questi alcuni degli aspetti propri della sua personalità e della sua formazione, ben impressi nella sostanza culturale che sottende lo spessore del suo iter di artista con altri elementi altrettanto forti che vi hanno concorso:
- L'essere stato parte, come ho già accennato, di quella fucina di artisti costituita
dall'ambiente della cultura pistoiese sin dagli anni venti, con successi sempre maggiori negli anni trenta e quaranta. Basti pensare alla partecipazione di Alfiero Cappellini alla Biennale veneziana del 1940 o a una figura importante come quella di Agenore Fabbri, in quel momento operaio modellista di ceramiche ad Albissola, o a una personalità come quella di Fernando Melani, o, a livello internazionale, a quella di Marino Marini.
- Il lavoro con gli operai nella fonderia Michelucci.
- Il fervido sodalizio con Giovanni Michelucci, che ha significato anche
partecipazione a un tema centrale e complesso per la prima metà del Novecento:
quello del rapporto tra scultura e architettura. Vivarelli aveva in comune con Michelucci il forte senso dei materiali e della tradizione, indirizzato tuttavia sempre verso la sintesi propria del moderno.
- L'intensa partecipazione anche ad altre problematiche importanti per quel periodo,
come quella dell'arte sacra. Il Crocifisso ligneo della chiesa della Vergine a Pistoia,
del 1956, quasi una colata lavica, in questa interpretazione di impronta
espressionistica. Il Crocifisso per la Chiesa dell'Autostrada di Michelucci, del 1963.
- L'aver percorso le tappe dell'area culturale toscana nella quale viveva, intorno alla Strozzina o al premio del Fiorino o al Gruppo Donatello, ma anche alla Quadriennale di Roma (si pensi ai ritratti presentati a quella del 1959), a movimenti internazionali, come quello dell'Intrarealismo nel 1966, con la mostra in Palazzo Strozzi nel 1967, l'anno dopo l'alluvione: "L'opera d'arte come evoluzione della coscienza umana".
- I contatti a livello internazionale, dietro i successi conseguiti, particolarmente con gli Stati Uniti, con l'eco lasciata dal viaggio compiuto nel 1970, dopo la morte tragica dell'amico Oskar Stonorov.
- Le grandi antologiche degli anni settanta: quella di Pescia (1974), poi trasferita ai Mercati Traianei (1975), quella del Fabbricone a Prato (1979), e poi quella del 1984 in piazza del Duomo a Pistoia, in un momento in cui sempre di più si percepiva in Italia l'importanza di Pistoia come città d'arte: dalla vecchia generazione, con Pietro Bugiani, Sigfrido Bartolini scomparso l'anno scorso, alla nuova, con gli artisti nati negli anni trenta e facenti parte del Gruppo di Pistoia.
- La ricchezza tematica: dalla ritrattistica-sempre improntata a un realismo moderno di matrice mentale, a volte scavando maggiormente dentro le rughe, a volte rendendo la forma quasi liquida, a volte riducendo i tratti a segni astratti al tema del lavoro (come nei Mali della guerra, le opere di pace, del 1951, per le Officine Galileo), ai grandi monumenti, come quello ad Alcide De Gasperi a Cutigliano, del 1967, ai temi sociali, come nel gruppo bronzeo dei Dirigenti, del 1967 (un unico corpo, i volti come maschere di rapaci).
Ma, al di là delle tappe di un percorso, il segno che resta di un artista è, per chi viene
dopo, nel modo in cui ha saputo cimentarsi con l'equilibrio delicatissimo tra formacontenuto-istanze interiori.
Ciò che costituisce il tessuto connettivo di tutta l'opera di Jorio Vivarelli è un senso saldo della forma, che travalica le suggestioni del momento ed è sempre sapiente resa dei ritmi, sia che si tratti di un'opera figurativa sia che si tratti di una scultura totemica tendente all'astratto, in quella sua costante aspirazione alla sintesi.
L'eco individuabile talvolta da apporti di altri artisti, in un'adesione partecipata al momento storico da lui vissuto, non va mai a discapito di un forte nucleo interno sotto l'aspetto formale. Un vero scultore nel senso più alto, sia che si trattasse di estrarre dalla pietra o di scolpire nel legno o di tradurre nel bronzo o di rendere in materiale ceramico (come nel mosaico con La Morte, del 1962 per la chiesa di San Michele Arcangelo a Pistoia). Perciò non si trattava mai di mera adesione a uno stile.
La modernità più autentica è proprio in questo, nella capacità di muoversi ascoltando in profondità le voci della storia, che fossero i crocifissi medievali o le suggestioni dal pulpito pistoiese di Giovanni, nella veemenza o nella spigolosità del modellato, o il liquefarsi della forma di Rodin o di Medardo Rosso, o che fossero i grandi contemporanei, come Arturo Martini (si pensi a Etruria, in pietra, del 1951), o Agenore Fabbri o Marino Marini, o i fermenti nuovi degli anni sessanta che portavano a una resa sempre più astratta o all'attraversamento della forma da parte dello spazio (Moore ma anche Brancusi).
Vivarelli ha sperimentato l'assenza di barriere che ha caratterizzato gli aspetti più
significativi del Novecento, in una capacità di intendere la continuità tra passato e presente che fino a un certo punto era chiara mentre era vissuta, ma che ora risalta con forza: la vera modernità come costante tensione tra l'antico e il moderno (le Composizioni e le Figure nello spazio degli anni Settanta, talvolta con equilibri da funamboli, ma con un senso sempre compatto dei volumi).
Per questo, lo scultore che si commemora oggi in occasione della sua scomparsa è un grande artista nato nel pistoiese ma aperto al mondo e noto in tutto il mondo.

Per contatti:
Michela Pasellini
Tel. 0573/952249

Pagina aggiornata il 22/09/2009 da admin
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