GHERARDO NERUCCI

cronologia della vita e delle opere

Letterato, linguista e filologo, insegnante e patriota Gherardo Nerucci ha legato il suo nome a quello di Montale con la sua opera più conosciuta, le "Sessanta novelle popolari montalesi", il libro in cui raccolse, non senza una rielaborazione letteraria, i racconti popolari del paese dove visse per oltre quarant'anni, dal 1861, quando andò ad abitare poco più che trentenne nella villa di Màlcalo, fino alla morte avvenuta nel 1906. Alla conservazione della tradizione folklorica di Montale Nerucci ha dedicato diversi scritti, dal "Saggio di uno studio sopra i parlari vernacoli in Toscana" alle "Cincelle per bambini" che contengono in appendice un Vocabolario del vernacolo montalese fino ad una serie di scritti brevi su personaggi, giochi, usanze e credenze locali. Ma il profilo intelletuale e l'opera del Nerucci non si esauriscono nel suo pur rilevante contributo allo studio delle tradizioni popolari. Figura nient'affatto riducibile ad una dimensione provinciale, egli partecipò attivamente, insieme a personaggi di primo piano della cultura italiana di allora, come il suo amico Domenico Comparetti, al rinnovamento degli studi linguistici e filologici all'indomani dell'unificazione politica dell'Italia. Il giovane scrittore, definito dal De Gubernatis "vivace e bizzarro ingegno di erudizione copiosa e svariatissima" prese posizione, esponendosi ad una dura polemica con Raffaello Lambruschini, in favore della fondazione della linguistica sui metodi delle "scienze fisiche" anzichè sul riferimento all'autorità della tradizione biblica o sulle vaghe teorie di "filosofi e letterati", tradusse in italiano alcuni scritti del linguista tedesco Max Muller e qualche anno dopo si pronunciò sulla questione della lingua sollevata dalla teoria manzoniana. Buon conoscitore del greco antico e moderno Nerucci contribuì agli studi filologici divulgando i lavori del Comparetti e partecipando direttamente, con traduzioni e commenti di testi greci, al progetto editoriale di una collana di classici latini e greci, che doveva uscire per i tipi dell'editrice Aldina di Prato e che ebbe proprio nella villa di Màlcalo a Montale il suo massimo centro organizzativo. Patriota fin dagli studi universitari a Pisa, introdotto all'amor di patria da un appassionato filoellenismo che lo portò a scrivere correntemente in greco moderno, combattente volontario nella battaglia di Curtatone del 1848 in quel Battaglione Universitario Toscano del quale scrisse in vecchiaia le memorie, ufficiale della Guardia Nazionale, Nerucci non cessò mai di concepire la sua attività intellettuale come un impegno civile, nonostante le amarezze personali e le disillusioni del periodo post-unitario. La sua scelta di intraprendere la professione di insegnante, per la quale lasciò la carriera di avvocato avviata in gioventù, fu messa a dura prova dagli intrallazzi che inquinavano il reclutamento dei docenti nelle scuole pubbliche. Gli fu negata "alla chetichella" e senza riguardo per i suoi titoli, una cattedra liceale a Firenze, ripiegò allora, nel 1861, sull'insegnamento al Ginnasio Forteguerri di Pistoia, e trasferitosi stabilmente a Montale vi fondò nel 1862 una Scuola Notturna Rurale Privata e contribuì con alcuni articoli su vari giornali al dibattito sull'insegnamento pubblico e sulla riforma degli studi. Perso il posto al Forteguerri "per malignità e viltà dei concittadini" Nerucci, si decise, dopo qualche anno di insegnamento al Cicognini di Prato, a dedicarsi solo ai suoi poderi e ai suoi studi, specialmente a quelli folklorici. In campo letterario, a parte una limitata produzione poetica, Nerucci ha dato alle stampe due opere satiriche: "La cometa e il sogno di Bronte Ciclope" e il "L'uomo alla moda", un'operetta di stile pariniano che metteva in caricatura il "bel mondo" della nobiltà dell'epoca. Ma la sua vena narrativa si espresse soprattutto nelle novelle popolari, che egli prese a raccogliere per conto di Comparetti e D'Ancona, ma che ben presto divennero, una volta accantonate le rigide regole della obbiettività positivistica, un orginale contributo letterario nel quale il ruolo del trascrittore si confonde con quello del novelliere, giacchè, come dice il proverbio citato da Nerucci nella prefazione della sua raccolta: "La novella nun è bella, se sopra nun ci si rappella".

Giacomo Bini


ATTO VANNUCCI

Atto Vannucci nacque a Tobbiana nel comune di Montale il 30 dicembre 1810. Nel 1825 entrò nel Seminario di Pistoia dove ebbe come compagni di studi Enrico Bindi e Giuseppe Arcangeli e per maestro Giuseppe Silvestri che quando, nel 1831, fu chiamato a Prato per dirigere il Collegio Cicognini, lo portò con sè affidandogli prima la cattedra di Umanita e poi quella di Cronologia e Storia universale.

A Prato il Vannucci entrò in contatto con l'ambiente più vivo della città che allora ruotava attorno al salotto dell'avvocato Benini e nel suo lavoro fu sempre aperto a un insegnamento che tenesse conto delle nuove esigenze e impegni che i tempi richiedevano. Nel 1834 fu ordinato sacerdote e anche nel campo religioso, la sua attività si distinse nell'affermare un cattolicesimo liberale, caratterizzato dalla ricerca del progresso civile e morale del popolo, come elemento fondamentale nella realizzazione dell'unità e della grandezza d'Italia. In quest'attività pedagogica, oltre a pubblicare una serie di biografie di personaggi illustri, fu anche uno dei più attivi collaboratori, se non l'ideatore principale, della fortunata Collezione dei classici latini con commenti italiani per uso della scuola, edita dalla Tipografia Aldina di Prato. Si occupò di Ovidio, di Orazio, di Fedro, di Sallustio, di Tacito, di Catullo Tibullo e Properzio e infine di Cornelio Nepote.

Con queste premesse, è chiaro che ben presto l'ambiente pratese dovette apparire al Vannucci troppo chiuso e monotono, e per sottrarsi anche alle fatiche degli studi e dell'insegnamento, prese l'abitudine di compiere dei lunghi viaggi, ricercando così, altrove, nuove amicizie e aperture culturali che quella città non poteva offrigli. Nel 1834 andò a Firenze dove entrò in contatto con G.P. Vieusseux e l'ambiente culturale fiorentino, nel 1837 a Milano e in Lombardia, nel 1838 a Roma, nel 1843 a Parigi dove conobbe alcuni patrioti italiani fra cui il Berchet, Michele Amari e Pietro Giannone. In seguito a questo viaggio alcuni hanno ipotizzato anche una sua adesione alla "Giovane Italia" e in effetti in quell'anno il Vannucci fu per questo inquisito da parte della polizia austriaca e granducale, ma nulla emerse a suo carico.

Quel che è certo, è che partecipò attivamente al movimento risorgimentale sia con un diretto impegno politico e sia attraverso una costante attività culturale, collaborando alle riviste più vive del tempo e pubblicando una serie di biografie di cabornari e esiliati politici come il pistoiese Bartolomeo Sestini, Pellegrino Nobili, Giuseppe Montani e soprattutto il volume dedicato a I martiri della libertà italiana, uno dei suoi libri più famosi.

Il 1848 significò una svolta radicale nella sua vita. All'inizio dell'anno fu nominato Accademico della Crusca, ma ben presto partecipando attivamente a quel periodo di riforme e speranze che avevano come fine l'unità nazionale, si dedicò completamente all'attività politica e giornalistica scrivendo su quelle riviste che, approfittando della libertà di stampa concessa in Toscana nel maggio di quell'anno, lottavano per affermare e realizzare queste nuove idee: di una di queste, "L'Alba", fu anche direttore. Quando nel febbraio 1849, fuggito il Granduca Leopoldo II, in Toscana si costituì il Governo provvisorio guidato dal Guerrazzi, al Vannucci prima venne affidato insieme a Giuseppe Campani e Augusto Carradori il Governo della città di Prato e poi l'incarico di inviato del Governo Toscano presso la Repubblica Romana.

In seguito alla restaurazione granducale dovette esiliare in Francia. Dal luglio 1850 fu per alcuni mesi a Brigthon presso Londra. Ritornato a Parigi vi rimase fino a quando, nell'ottobre 1852, accettò di recarsi a Lugano per insegnare storia nel liceo locale. Nel periodo dell'esilio si gettò completamente negli studi e nacquero opere come gli Studi storici e morali sulla letteratura latina e sopratutto la Storia dell'Italia antica, testi che lo collocarono fra i grandi studiosi dell'antichità.

Rientrato in Toscana alla fine del 1854, rimase estraneo all'ambiente politico e solo nel 1857 con la pubblicazione della "Rivista di Firenze", ritornò pienamente al giornalismo militante, assumendo una posizione spiccatamente unitaria e propugnando l'unione dei vari Stati regionali al Piemonte.

Con l'unità d'Italia si realizzò anche la sua carriera politica: nel 1859 fece parte dell'Assemblea Costituente Toscana; nelle elezioni del 1860 fu eletto deputato di Firenze al parlamento italiano, mentre il 9 ottobre 1865 fu chiamato a far parte del Senato del Regno. Frattanto però, come peraltro successe a molti protagonisti del nostro Risorgimento, le sue idee erano notevolmente cambiate rispetto a quelle professate nel 1848-49 staccandosi dalle posizioni mazziniane per avvicinarsi a quelle del Cavour.

Frattanto per i suoi indubbi meriti letterari, nel 1859 era stato nominato bibliotecario della Magliabechiana e sempre nello stesso anno ebbe l'incarico di professore di letteratura latina all'Istituto di Studi Superiori di Firenze, istituzione da cui poi nascerà l'Università fiorentina

I suoi ultimi anni di vita furono tristi e solitari. Alla malattia agli occhi si era aggiunta quella all'udito che ben presto lo portò alla sordità assoluta, oltre ad altri malanni che lo costringevano in casa per la maggior parte del tempo.

Morì il 9 giugno 1883. Per sua volontà fu sepolto nel cimitero di San Miniato al Monte. Gli amici per onorarlo gli dedicarono un monumento in Santa Croce collocandolo fin da allora fra i grandi d'Italia.

Andrea Bolognesi


JORIO VIVARELLI

 

Visita il sito della "Fondazione Jorio Vivarelli"

La biografia di un artista è una specie di grande diagramma in cui il segno sale, s'impenna, si adagia, risale. Lì in quella rappresentazione grafica, c'è il senso del suo lavoro, del suo successo, della sua vita. I diagramma di Jorio Vivarelli, toscano e pistoiese, parte da lontano, dal 1933, tempo di enfatica "cultura" di regime per arrivare sino ad oggi: anni e anni di attività, di successi, di trepidazioni. Un impegno consapevole e continuo che viene avanti in parallelo con la sua vicenda d uomo.

Fognano di Montale è un paesino della piana pistoiese proiettato verso Prato: è lì che Vivarelli nasce il 12 giugno 1922. Jorio: perché quel nome strano, sacrilego quasi, in un tempo di nomi prevalentemente tradizionali? Influenze dannunziane, d'accordo. Ma il padre, Diego, semplice taglialegna che diventa successivamente scalpellino, non fa certo pensare ad un uomo che s'interessi di teatro. Ed il teatro, del resto, non può arrivare fra quelle quattro case. Ma se non arriva li, arriva in città, ed un giorno il padre vede un manifesto con quel nome misterioso, suggestivo: Jorio

Andò a scuola, naturalmente prendendo così contatto con la città che sarebbe stata alla base della sua formazione di adolescente e di uomo. Il padre, intanto, per sopperire in qualche modo ai suoi precari guadagni, aveva messo su una piccola bottega di marmi e il ragazzo, per mantenersi agli studi, oltre a dare una mano al padre, si adattava a fare i lavori più insoliti. Terminati gli studi alla scuola artigiana, si iscrive all'istituto d'Arte di Firenze per un'istintiva necessità interiore che un giorno si chiamerà scultura e per il desiderio, maturato sui banchi di scuola, di conoscere da vicino la città delle più alte espressioni d'arte di tutti i tempi.

Il tempo degli uomini è scandito da impegni precisi e per Vivarelli arrivò quello del servizio militare. Era il 1942. Corpo di appartenenza: 83° Fanteria. Tre mesi a Bari e poi via, destinazione Montenegro. Nel suo zaino c'è una storia dell'arte e un pezzo di creta.

Arrivò, carico di mille incognite, lo storico 8 settembre 1943. Vivarelli si trovava a Cettigne e fu lì che prese l'avvio il lungo periodo di prigionia. Prima in Bulgaria, Ungheria ed Austria; poi in Germania, con le umiliazioni e le sofferenze del campo dì concentramento. La fuga.

Anno 1946. Dopo la tragedia di un conflitto che ha scosso il mondo, la gente torna a vivere e la nuova realtà, anche se dura, è piena di promesse. Vivarelli decide di stabilirsi a Firenze dove, nel 1949,si sposa.

Arriva il 1951, un anno foriero di molti mutamenti. Vivarelli, che già ha cominciato a dare sfoga alla sua attività creativa, trova lavoro alla Fonderia Michelucci, a Pistoia, e lì incontra l'architetto Giovanni Michelucci: un incontro particolarmente importante che dà l'avvio ad una intensa collaborazione. Da quel rapporto di amicizia-lavoro, che subito ha riflessi nella sua arte, nascono, infatti, i primi splendidi crocifissi, emblematici, lacerati, umani, che trovano posto nelle più significative chiese realizzate da Michelucci. In seguito altri ne verranno, grandi, incombenti, che all'emotività mistica contrappongono un'aperta e sofferta carica di umanità e dove, netto, si distingue il rifiuto di ogni descrizione particolareggiata per far pasto al compito documentario e ammonitore.

Gli eventi, ora, stanno prendendo il giusto corso, dopo Michelucci, c'è per Vivarelli, un altro importante incontro., quello con l''architetto americano Oskar Stonorov, che avviene nel 1955 in occasione della mostra da questi allestita per Wright a Firenze, in Palazzo Strozzi. Un incontro che si. trasforma in solido rapporto di amicizia e di lavoro. Con Stonorov, Vivarelli conosce ed affronta i problemi che riguardano la scultura inserita nella città e nelle aree urbane. Nascono, così le opere che trovano posto nelle grandi piazze di Filadelfia e Detroit.

E' quello un momento culturalmente vivo e ricco di aperture verso nuove forme espressive, che pone Vivarelli a contatto con uomini di grande talento come Rafael Alberti, Miguel Angel Asturias, Rodriguez Aguilera, Le Corbusier. Anni quanto mai fecondi nei quali si inserisce anche l'esperienza americana. Si reca infatti ,nel Michigan al Black Lake, dando inizio ad un rapporto di lavoro (durerà sei anni) con l'UAW Family Education Center, presieduto da Walter Reuther: un nome di prima grandezza nel mondo sindacale americano, che perirà tragicamente in un incidente di volo insieme a Stonorov.

Quell'insieme di conoscenze e di stimolanti fermenti che coinvolge pittori, scultori e letterati di varie nazionalità si concretizza, nel 1963, nella formazione del Gruppo Intrarealista, nato per la necessità di "esprimere qualcosa di nuovo e di dirlo in modo diverso". Sotto questa etichetta, si raggruppano nomi destinati in vari modi ad influenzare l'arte contemporanea: Asturias, Goytisolo, Fellini, Matheus, Torrandel, Cordukes, Cubells, Finetti, Girardello, Mellini, Mensa, Narotzky, Puig, Aguilera, Rossi, Santachiara, Staccioli, Tortelli, Vallmitjana,Vivarelli. Iì 9 luglio 1967 il Gruppo lntrarealista si presenta ufficialmente a Firenze, a Palazzo Strozzi.

Siamo al l970. Quattro anni prima Firenze ha subito la sua disastrosa alluvione e Vivarelli, s'è visto distruggere gran parte del suo lavoro. E un momento importante, perché la decisione che sta per prendere segnerà, nella sua vita, una precisa svolta. Lascia, infatti, la città dove praticamente è maturata la sua formazione e torna definitivamente a Pistoia, con la quale ha mantenuto continui rapporti, non solo perché dal 1959 ha insegnato alta Scuola d'Arte "Petrocchi", ma in particolare perché è li che allignano amicizie e affetti familiari. Tornare a Pistoia vuole anche dire tornare in una casa propria: quella che Stonorov, al tempo della sua permanenza a Pistoia per motivi di lavoro con la Fonderia Michelucci, gli aveva progettato sulle pendici di una delle tante colline pistoiesi così verdi e amiche dell'uomo. Un ritorno subito sancito da un atto che lo reintegra con la sua terra: la grande mostra antologica allestita a Pescia, nel 1 974, in occasione della Biennale del Fiore dal significativo titolo "L'uomo e la sua terra", realizzata, sulla linea di una logica progettuale ben leggibile, dall'architetto Giovanni Bassi. E a ridosso di Pescia, ecco l'altra grande mostra allestita, a cura del Comune di Roma nei Mercati traianei (1975), ancora su itinerario dell'architetto Bassi. Mostra che oltre al grande significato d'arte (in tre mesi visitata a oltre un milione di persone), assume tramite le opere di Vivarelli anche quello di un esemplare recupero di uno straordinario spazio urbano, sorto nel 110 a.C. con soluzioni di una incredibile attualità.

Subito dopo, l'attività creativa di Vivarelli ha come un sussulto, quasi a dimostrare che le sue realizzazioni oltre che dalla grande esperienza, nascono anche dai fatti della cultura attuale, nell'intento di dare sfogo alla sua inquieta necessità di comunicazione Stanno a dimostrarlo, ad esempio, il Progetto Taranto che è del 1976: un'ardita struttura di oltre sessanta metri proiettata, come concezione "ambiente-uomo-collettività" negli anni Duemila e proposta come punto di incontro socio-palitico-economico fra gli Stati Uniti e l'Europa, oppure le emozionanti strutture tridimensionali in ferro e vetro a superficie piana inserite in uno spazio.

Per Vivarelli è un momento di esaltante impegno La Repubblica di San Marino ali affida la realizzazione della monetazione 1977 Tema: l'ecologia, che attraverso la sua arte vigorosa e sensibile diventa aperto monito. L'anno successivo ancora un incarico da San Marino: la monetazione aurea 1978. Tema: la libertà, che egli affronta con temperamento romantico (anche la moglie Gianna sarà effigiata) ma anche con intensa meditazione, nell'intento di strappare alla materia un palpito di vita. E in fondo la problematica umanistica intesa nei suoi significati più profondi di armoniosa integrazione dell'uomo e in tutti i suoi valori globali è ben evidente alla base dell'attività artistica di Vivarelli. Ne hanno dato valida e ripetuta testimonianza nomi tra i più qualificati: Zevi, Michelucci, Vallmitjana, Santini, Carluccio, Lara Vinca Masini, Biascon, De Grada, Stonorov, Ponti, Aguilera.

Gli anni 1979-80 segnano il ritorno alle grandi antologiche: nell'ordine Prato e Pau. E certo delle due è la prima quella che più incide nel cammino artistico di Vivarelli, perché l'artista approda ad una struttura che, per molti aspetti, può essere definita eccezionale: il teatro "Il Fabbricane", regno delle esperienze registiche di Luca Ronconi. L'insolita spazio entro il quale il 'tutto' artistico deve poter essere vissuto ed apprezzato è felicemente risolto nell'ambito di un progetto firmato dagli architetti Daniele Negri e Franco Perugi, che, facendo leva su una serie di allacciamenti strutturali e formali, dà alla mostra una continuità concettuale ben riconoscibile. L'anno successivo, con l'allestimento realizzato dall'architetto Negri, ba luogo la mostra al Casino municipale di Pau. E' in questo periodo che si verifica un fatto importante: la mostra di Prato segna, infatti, il ritorno di Vivarelli alla pietra già sua amica agli inizi quando età ed entusiasmo erano giovani. Nascono, cosi, le nuove opere ("Le pietre dei saggi"), quasi a testimonianza dello sforzo di dar corpo ad un processo di matrice antica. Nell'aprile del 1984 (e già, a fare da bella introduzione, c'era stata, nel novembre dell'anno precedente, l'importante mostra svoltasi a Losanna), la vicenda artistica ed umana di Jorio Vivarelli, approda ad un traguardo quanto mai significativo: la ricorrenza dei suoi cinquant'anni di attività e Vivarelli con tutto il suo prezioso e sofferto bagaglio d'arte, entra nel cuore antico di Pistoia dove, ragazzo, si affacciò, stupito da un armonia ancora, per lui, senza nome ma che già lo faceva trepidare. E' certo, nessun altro spazio, meglio della stupenda piazza del Duomo, avrebbe potuto ospitare le opere in bronzo, in terracotta e in pietra, che già, delle stesse, ha colori e riflessi. Tre mesi a tu per tu con la sua gente attraverso un dialogo nuovo e antico. Nel 1984 realizza, in legno, marmo, bronzo, l'Abside e relativi arredi (altare maggiore, amboni, sedili), per la chiesa di Sant'Agostino a Prato e, successivamente, per il Cimitero comunale di Pistoia, il Monumento Sacrario per i caduti di tutte le guerre, con la grande scultura in bronzo, "il Monito". Un altro monumento ai caduti di tutte le guerre con relativo Parco e con una grande scultura in marmo bianco e acciaio ("Il Sacrificio - Una morte per la vita"), viene realizzato, da Vivarelli, l'anno successivo, a Fognano di Montale (Pistoia), suo paese natale.

Nel 1986, realizza una scultura di grandi dimensioni: una fontana in acciaio per la nuova sede della Cassa di Risparmio di Prato.

1987. Un anno legato ad un'opera estremamente significativa: una scultura in bronzo di 4 metri di altezza "Inno alla vita", che il Comune di Pistoia offre alla città di Nagasaki (Giappone) per il Parco della pace, sorto dov'era caduta la bomba atomica e là posta a rappresentare l'Italia. Nel i 988, ancora una grande scultura in bronzo ("Nucleo di vita") per la nuova sede della Sony Italia, a Rovereto. E siamo al 1989, segnato dalla sua grande Personale allestita a Lussemburgo, con sculture disegni e grafica. Il tutta esposta nella "Sala Vivarelli CFM" (Via della Libertà, 10) a lui intestata.

1989. Realizza la medaglia ufficiale commemorativa per il "Summit Italia-U.R.S.S."

1990 Partecipa alla prima Biennale Manterosso Calabro.

1991. Mostra personale alla "Galleria il Bisonte" di Firenze.

1992. Realizza l'opera in bronzo "Parabola storica" per Piazza Banditori di Ponte Bugg.ianese.

1993. Mostra "Segni e disegni" can inediti pastelli alla "Villa Renatico-Martini" d Monsummano Terme.

1993 Mostra a Ausstellung in Unna - Germania.

A 80 anni compiuti, nel 2002, Jorio Vivarelli ha donato il suo immenso patrimonio artistico alla cittą di Pistoia che per la sua tutela e valorizzazione ha costituito, assieme al maestro, la Fondazione pistoiese Jorio Vivarelli. Della Fondazione fa parte anche il Comune di Montale.